17 giugno 2016

La feta saganaki e Etelberto, come chi è Etelberto?






Lo conoscete il turista Etelberto?
Io si.
Ne conosco tanti.
Etelberto è quel turista che torna dalla vacanza,magari in Grecia (tanto per rimanere in tema con la ricetta) e ti dice:
“No, sai, sono stato bene .Bei postibelmarebeimonumenti  MA…
Eccolo il MA che fa la differenza.
Ma si mangia male.
O poffarbacco.
In Grecia?
E cosa hai assaggiato di cosi disgustoso da riportarti in valigia insieme alla sabbia nelle mutande e al Partenone in miniatura?
La moussaka, la salsa tzatziki?
L’halloumi?
No, ho assaggiato gli spaghetti alla bolognese e i maccaroni-cheese.
Ora,aspettate per prima cosa cerco di dissociarmi dalla parte becera di me stessa che assaggerebbe anche le gambe del tavolo condite dal wasabi…
Ecco, mi sono dissociata .
Però no, non funziona.
Non capisco.
Cercare i piatti della propria tradizione culinaria in altre terre è un po’ come cercare un po’ d’acqua santa a casa del diavolo.
Ci vuole coraggio, sprezzo del pericolo (fattela fare una bolognese come si deve da un cuoco, che ne so io, dello Sri Lanka) e totale assenza di curiosità.
Un popolo, una terra da visitare la si comprende anche da un piatto tipico, da un modo diverso di cucinare ingredienti usuali.
Nel caso della Grecia poi ci vuol coraggio a non riuscire a trovare un piatto che non soddisfi il palato.
Tolta l’assenza della pasta per il resto è un trionfo di colori e sapori mediterranei.
Della cucina greca adoro soprattutto i mezedes, gli antipasti… che poi sono talmente carichi di sapore e talmente vari da costituire a volte un pasto completo.
Prendete ad esempio questo piatto.
Saganaki, dal nome turco della padella di rame dove veniva fritto qualsiasi tipo di formaggio: halloumi, katzera, formaella ,batzos. Condizione essenziale: un formaggio che non si sciolga durante la cottura.
Il saganaki (quando si trova soltanto questa dicitura ci si riferisce al formaggio) viene poi accompagnato dopo la cottura dal miele, limone o ouzo.
Il saganaki però può riguardare anche i gamberi, le cozze.
Insomma, per tornare al discorso del turista Etelberto, non mangi il formaggio?
Puoi “saganakare” il pesce, vuoi mettere?
Ora veniamo alle dolenti note.
Come riproporre questo piatto sulle nostre tavole?
I formaggi tradizionali greci qui si riducono ad un solo nome imperante: feta.
E di un solo tipo, accidenti.
In Grecia la feta è una declinazione di varianti.
Nella mia ricerca compulsiva mi imbatto tempo fa in un blog bellissimo.
Un blog che è diventato la mia bibbia per la cucina greca.
Insieme al mitico: Souvlaki for the soul
E trovo il paradiso.

La feta saganaki si può riprodurre anche da noi.
Basta qualche piccolo accorgimento.
Quale il mettere la feta per quindici minuti (anche trenta) nel freezer.
E preparare una tempura bella ghiacciata.
Il risultato? Spettacolare e talmente vicino all’originale greco che al primo morso parte il sirtaki e Zeus vi passa accanto sorseggiando un bicchierino di ouzo.
Non vi piace la feta?
Niente scuse.
Acchiappate al banco gastronomia del quartirolo lombardo.
E’ la morte sua.
Anche se non sentirete il sirtaki.
Al massimo O mia bela madunina.

Ma noi italiani sappiamo ben accontentarci non trovate?



FETA SAGANAKI 

1 panetto di feta
100 grammi di farina
1 uovo
200 millilitri di acqua ghiacciata frizzante
Olio per friggere

Togli la feta dall 'involucro e falla scolare per circa dieci minuti.
Tagliala in circa sei pezzi , in questa maniera:


Avvolgi ciascun pezzo in carta stagnola e mettilo nel freezer per circa 15-30 minuti (il mio freezer ha deciso di rallentare i ritmi e fumarsi un sigaro grattandosi la pancia,quindici minuti son pochi per me per avere un panetto bello ghiacciato, tu regolati in base a quello che hai a casa).
Prepara la tempura (ricordati: l’acqua deve essere FRIZZANTE e GHIACCIATA).
Sbatti l’uovo con l’acqua frizzante, aggiungi lentamente la farina cercando di non fare grumi .
Prepara l’olio, fallo scaldare bene.
Prendi i pezzi di feta dal freezer.
Immergili nella pastella, friggili e servili, dopo averli scolati dall’olio in eccesso.
Servi con del limone ,miele e buon appetito!

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15 giugno 2016

Le crostatine alla pesca e la malattia di Facebook


Athazagorafobia.
Un termine difficile di quelli che la lingua si accavalla a Milano e riesce a districarsi a Cosenza.
E’ la fobia del secolo, letteralmente significa la paura di essere dimenticati, ignorati.
E’ la malattia che affligge l’ottanta percento degli utenti dei social.
Soprattutto quelli che postano allegramente ogni cosa, dai calli della zia Lucilla alla telecronaca di qualsivoglia spostamento, anche quello da casa al supermercato dietro l’angolo.
E’ quel benedetto impulso che spinge a postare foto in presa diretta :la doglia decisiva in un parto totalmente documentato manco fossimo al cospetto di William e Kate e del pargolo reale.
Oppure l’attimo primo di infilare la fede al dito a Sigismondo.
Oppure selfie a manetta o sproloqui su quanto si è belli, buoni, bravi fosse anche solo  a rammendar calzini.
Tutto questo che potrebbe facilmente essere criticabile , ma in realtà stringe il cuore.
Perché è il sintomo di questa paura dal nome impossibile.
Guariremo senza utilizzare fiumi di Prozac & Co.?



La volete una crostatina buona buona al sapor di pesca?
Io ve la offro.
Una preparazione semplice, ci vuole di più a spiegarla che a farla
Una frolla tradizionale che però chiedo aiuto ad un po’ di lievito ( che gli dei della pasticceria mi perdonino ) e una crema veloce da preparare che mi ha incuriosito perché contrariamente a molte ricette viste , non prevede la cottura della frutta.
Quindi vitamine e Sali minerali intatti..
Un fine pasto delizioso e rassicurante.
Ovviamente potete variare la ricetta e utilizzare la frutta che più vi piace.
(fonti ricette: per la pasta frolla: Sale & pepe
Per la crema alle pesche : le ricette perfette )


CROSTATINE ALLA PESCA

Ingredienti per quattro crostatine

per la frolla:

300 grammi di farina
150 grammi di burro freddo
120 grammi di zucchero
1 uovo
2 tuorli
Scorza grattugiata di un limone
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di lievito

Per la crema alla pesca:

400 millilitri di latte
1 tuorlo
7 cucchiaini di zucchero
2 cucchiai colmi di maizena
4 pesche ridotte a dadini

Per la frolla:

Taglia velocemente il burro a pezzetti a altrettanto velocemente lavoralo sul tavolo con la farina.
Dovrai ottenere un composto sabbioso, granuloso.
Fai con questo composto la classica fontana con il buco al centro dove andrai a sistemare tutti gli ingredienti previsti.
Lavorando il meno possibile cerca di ottenere un composto omogeneo che poi farai riposare in frigorifero almeno un’ora .
Ovviamente puoi accorciare i tempi della preparazione che ti ho descritto utilizzando una planetaria.

Per la crema :

Riscalda il latte.
Nel pentolino dove preparerai la crema ,monta il tuorlo con lo zucchero.
Unisci la maizena (il primo cucchiaio) stemperandola mano mano con il latte caldo.
Una volta tolti tutti i grumi aggiungi il secondo cucchiaio utilizzando sempre il latte caldo per amalgamare.
Unisci il resto del latte e porta a bollore. Quando vedrai la crema densa (ci vorranno circa due tre minuti dall’inizio del bollore) spegni e fai raffreddare.
Frulla le pesche fino a renderle lisce.
Uniscile alla crema raffreddata

Composizione delle tortine:

Prendi gli stampini.
Ungi ed infarina bene.
Stendi la frolla e rivesti ognuno dei quattro stampini previsti.
Bucherella il fondo, copri con della carta forno, riempi con dei fagioli secchi e metti in forno caldo a 180 gradi per circa quindici minuti (attenzione a non farle scurire troppo come è successo a me).

A questo punto fai raffreddare bene i gusci di frolla, estraili dagli stampi , farcisci con la crema che avrai precedentemente preparato, decora con la frutta fresca e gusta!

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5 giugno 2016

KartoffelSalat-Insalata di patate alla maniera bavarese






La Kartoffelsalat è un po’ come la Titina: la si cerca ,la versione tradizionale, ma non la si trova.
Perché parte della Germania che vai , insalata di patate che trovi.
Con la maionese , senza la maionese.
Con la panna , senza la panna.
Col cetriolino, senza cetriolino.
Dipende dall’etnia e penso anche dal gusto personale e dalla disponibilità del frigo.
Due cose vi posso dire con sicurezza.
La prima è metteteci un bel wurstel accanto oppure una bella Wiener Schnitzel.
E la seconda è che questa insalata di patata come è, è.
Ovvero l’è bona, ma tanto bona.
Soprattutto ora che il palato cerca refrigerio e pietanze preparate in anticipo per non sudare poi sotto il sole del mezzodì.
C’è anche una versione “spuria” della Kartoffelsalat che viene dritta dritta da quel di Thurgau, ovvero il cantone svizzero-tedesco dove vive mia sorella.
Mio cognato adorava la Kartoffelsalat.
La sua però era pura rivisitazione.
Il procedimento quello che tra poco vi illustrerò ma gli ingredienti… tutti di testa sua.
Servelade e scaglie di emmenthal come se piovesse, cipollina fresca, aneto e maionese a gogo.
Eretica diamine, quasi un foodporn..ma era ed è una bontà.
Ovviamente il tutto innaffiato dall’immancabile Bier.
Prosit!

La versione che vi propongo dovrebbe avvicinarsi molto a quella della Germania del Sud, per la precisione l’insalata bavarese.
Spartana, semplice.
Io vi do la versione base cosi come la faceva la mamma di una mia amica bavarese doc..jawhol  J
Voi poi aggiungetevi quello che vi pare.
Perchè va soddisfatto il palato, pur conoscendo la tradizione

Il brodo che andrete a versare sulle patate deve essere caldo
Uno degli ingredienti essenziali è la cipolla.
Fa la differenza ma se proprio non la tollerate non mettetela .
Fa nulla, viene bene lo stesso la ricetta
Io odio un luogo comune senza senso ovvero mi fa morire dal ridere quando tu non mangi qualche ingrediente perché non ti piace e ti rispondono “ però…non sai cosa ti perdi”
Non mi perdo nulla capperi se quella cosa non mi piace o no?
Tornando a noi, eccovi la versione base.
La Frau bavarese diceva che il brodo indicato dalla ricetta deve essere realizzato esclusivamente con il dado.
Voi regolatevi di conseguenza.
Io non dovrei dirlo, però ehm…col brodo di dado è vero viene meglio  J



 Ovviamente questa ricetta fa parte della raccolta: Un libro, una ricetta. Stavolta è stata ispirata dalla lettura e recensione di “Incubo” di Wulf  Dorn. Recensione che potete trovare QUI)

KARTOFFELSALAT – Insalata di patate alla maniera bavarese

1 kg di patate
250 millilitri di brodo vegetale
1 cipolla
1 cucchiaino di senape
2 cucchiai di aceto
2 cucchiai di olio
Pepe
Erba cipollina per guarnire
(eventuali aggiunte non previste dalla ricetta tradizionale: maionese, formaggio, prezzemolo,cubetti di prosciutto o tutto quello che la fantasia vi suggerisce)

Fai bollire le patate con la buccia e toglile quando saranno cotte ma ancora sode.
Falle freddare.
Intanto prepara il brodo come preferisci .
Fai bollire la cipolla tagliata finemente nel brodo (se proprio non ti piace non la usare per niente).
Prepara una vinaigrette sbattendo olio, aceto senape, sale e pepe.
Sbuccia e taglia le patate a rondelle.
Quando il brodo sarà a bollore, spegni il fuoco e versalo insieme alla vinaigrette sulle patate.
Fai riposare il composto almeno per due ore (il brodo verrà completamente assorbito dalle patate)

Aggiusta di sale e pepe, decora con l’erba cipollina e servi!

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2 giugno 2016

Un libro per il fine settimana: "Incubo" di Wulf Dorn...FINALMENTE!!!



Autore: Wulf Dorn
Editore: Corbaccio (collana Top Thriller)
Edizione cartacea ed ebook
2016, pagine 361


“....A volte qualcosa ci spezza. Non sentiamo alcun rumore, neppure ce ne accorgiamo. Eppure fa malissimo. E’ un dolore cosi violento che ci sembra non passerà mai. Nemmeno tra mille anni….”

Trama:

Simon è un ragazzo difficile, rinchiuso da sempre nel suo mondo. La sua vita precipita in un incubo dopo la morte dei genitori in un terribile incidente d'auto, dal quale Simon esce miracolosamente illeso ma, da allora, soffre di fobie, allucinazioni, sogni che lo tormentano ogni notte. Costretto a trasferirsi dalla zia Tilia dopo un periodo di riabilitazione in ospedale, passa le sue giornate esplorando la campagna sulla bicicletta del fratello Michael. Nella zona sembra aggirarsi un mostro: una ragazza è scomparsa, e una notte si perdono le tracce anche di Melina, la fidanzata di Michael, il quale diventa l'indiziato principale. Insieme a Caro, una ragazza solitaria che ha conosciuto nella sua nuova scuola, Simon affronta le proprie paure più nascoste e va a caccia del lupo che miete le sue vittime nel bosco di Fahlenberg. Ma niente è come sembra. 
 (fonte IBS )

Io ed "Incubo":

La fila in libreria l’ho fatta per pochi testi.
Harry Potter signori, prenotazioni mesi prima per poter acciuffare la mia copia.
E i libri di Wulf Dorn che nel mio cuore combatte solo con Donato Carrisi per quanto riguarda il thriller moderno.
E il 26 maggio è arrivato.
“Incubo” è finalmente tra le mie mani.
Sapete qual è la prima reazione di fronte ad un libro che ho atteso a lungo?
Lo lascio sul mio comodino dopo averlo annusato. E per i primi due, tre giorni lo osservo soltanto. Comes e avessi paura di violarlo.
Poi inizio a leggere e il problema è fermarmi.
E iniziano le maledizioni per aver fatto quel coeso all’Università di lettura veloce.
Le pagine scorrono via troppo veloci.
Se dovessi dare un sapore all’ultima fatica di Wulf Dorn sarebbe il sapore delle ciliegie mangiate da piccoli ,nascosti nella penombra di tremolanti pomeriggi estivi, mentre le cicale chiacchierano senza sosta.
Pomeriggi lunghi, interminabili con protagonista una bicicletta, la noia e la voglia di scoprire qualcosa di nuovo.
Un ragazzino, una ragazzina.
Fin qui niente di strano.
Ma siamo a casa di Dorn, il thriller puro, signori.
Quello più difficile da maneggiare perché non ci sono scie di sangue color ketchup a mettere paura.
C’è soltanto la maestria delle parole che evocano.
A volte evocano tenerezza.
A volte quelle stesse parole diventano denti di lupo, ben affilati.
E quindi ecco che nei caldi ed afosi pomeriggi di quell’estate compaiono un ragazzino Simon, affetto da leggero autismo, la scomparsa di entrambi i genitori. Una zia, Tilia, ed un fratello adorato Mike che non sanno bene cosa farsene di questo bimbo problematico…tant’è vero che all’orizzonte ecco profilarsi l’ombra di un collegio stantio.
Sembra un Harry Potter ma al contrario. Dove l’empatia degli adulti nei confronti di un adolescente che soffre trova un grosso limite: l’inadeguatezza.
Adolescenti che hanno in comune un’unica grande paura: la solitudine e la paura di essere dimenticati.
La paura che un alito di vento possa cancellare una vita.
Le pagine scorrono via come una limonata ghiacciata durante il solleone.
Ogni pagina è un tassello in più, altre volte un tassello in meno.
E il mosaico a volte cresce spietato ma niente è quello che sembra.
Il lupo è ovunque. Magari potessimo riconoscerlo a naso. A volte è in aliti impensati, a volte quel che sembra lupo è semplicemente un agnello. A volte l’agnello diventa lupo affamato.
Se cercate un libro senza l’ego dello scrittore, se cercate un libro in grado di acciuffarvi per i capelli per calarvi nella storia lo avete trovato.
Sarete protagonisti, il cervello mai addormentato ma stimolato continuamente dalla storia.



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